L’ente italiano di normazione UNI ha elaborato uno schema di norma volontaria UNI 1615303, volta a standardizzare i termini che attengono all’agroecologia. Il documento – ora soggetto a consultazione pubblica, fino al 5 ottobre 2025 – propone una definizione univoca dei concetti sviluppati a partire dal decalogo FAO e dai 13 principi definiti dall’HLPE (High Level Panel of Experts on Food Security and Nutrition – FAO).
La definizione di una terminologia comune risponde alla complessità intrinseca dell’agroecologia, che integra conoscenze scientifiche, saperi tradizionali e pratiche agricole, applicandosi a diverse scale: dalla gestione della singola coltura fino alla pianificazione dei sistemi territoriali.
Un linguaggio tecnico-scientifico preciso e flessibile – capace di facilitare il dialogo tra ricerca, istituzioni, operatori del settore e consumatori – è perciò necessario, come sottolinea il documento UNI, poiché l’agroecologia di per sé ‘contempla la complessità e l’imprevedibilità’.
Sebbene l’obiettivo sia facilitare il dialogo e promuovere la trasparenza, il testo che segue analizza in modo critico la norma, evidenziando come la sua impostazione alfabetica – nel non distinguere i diversi livelli di transizione agroecologica e i metodi produttivi – possa potenzialmente generare confusione e facilitare pratiche di greenwashing.
Agroecologia, il quadro di riferimento internazionale
I fondamenti FAO e HLPE
Il documento si basa anzitutto su:
- i 10 Elementi dell’Agroecologia approvati dal Consiglio FAO il 6 dicembre 2019: Diversità, Co-creazione e condivisione di conoscenze, Sinergie, Efficienza, Riciclo, Resilienza, Valori umani e sociali, Cultura e tradizioni alimentari, Governance responsabile, Economia circolare (FAO, 2019);
- i 13 Principi dell’agroecologia elaborati dall’HLPE (High Level Panel of Experts on Food Security and Nutrition – FAO), i quali a loro volta forniscono una base scientifica più articolata che integra aspetti tecnici, sociali ed economici.
L’approccio sistemico proposto dall’HLPE considera l’agroecologia come ‘l’ecologia dell’intero sistema alimentare‘, includendo diversi livelli di scala in un’ottica interdisciplinare e transdisciplinare (HLPE, 2019).
La cornice dei 5 livelli di Gliessman: un paradigma evolutivo per la transizione agroecologica
La cornice dei 5 livelli sviluppata da Steve Gliessman rappresenta uno degli schemi concettuali più influenti nell’agroecologia contemporanea, fornendo una tabella di marcia strutturata per la transizione ecologica dei sistemi agricoli. Gliessman, emerito dell’Università della California Santa Cruz, ha sviluppato questo modello attraverso decenni di ricerca applicata in diversi contesti geografici e colturali, dalla California al Messico, dal Costa Rica al Brasile (Gliessman, 2015).
La norma UNI 1615303 integra esplicitamente questo paradigma evolutivo, riconoscendone il valore come strumento di classificazione e comprensione delle diverse fasi della transizione agroecologica. Il documento presenta una rappresentazione grafica che mette in relazione i 5 livelli con i 10 Elementi FAO e i 13 Principi HLPE, creando una matrice concettuale tridimensionale che evidenzia la complessità dell’approccio agroecologico.
Livello 0: punto di partenza – nessuna integrazione agroecologica
Il Livello 0 rappresenta il punto di partenza del percorso di transizione, caratterizzato dall’assenza di pratiche agroecologiche. Questo livello corrisponde ai sistemi agricoli industriali convenzionali, caratterizzati da elevata dipendenza da input esterni, monocolture estensive, uso intensivo di pesticidi e fertilizzanti di sintesi, e scarsa considerazione per i processi ecologici naturali.
Un riferimento implicito a questo livello si ritrova, sul documento UNI 1615303, nella definizione di ‘agricoltura intensiva‘ come ‘forma di allevamento che punta alla massima produzione, spesso a scapito di implicazioni ambientali‘. Questa caratterizzazione evidenzia le criticità sistemiche che motivano la necessità di transizione verso approcci più sostenibili.
Livello 1: incremento dell’efficienza – ottimizzazione dell’uso degli input
Il Livello 1 si caratterizza per l’incremento di efficienza nell’uso degli input esterni, mantenendo sostanzialmente invariata la struttura del sistema produttivo. Secondo Gliessman (2015), questo livello include pratiche come l’agricoltura di precisione, l’ottimizzazione dei tempi di applicazione dei fertilizzanti, l’uso di varietà più efficienti nell’assorbire i nutrienti.
La norma italiana definisce la ‘agricoltura di precisione’ come ‘sistema di produzione agricola basato su un insieme di tecnologie che permette la distribuzione variabile nel tempo e nello spazio dei fattori produttivi‘ (si veda anche FAO, 2022). Questa definizione esprime l’essenza del Livello 1: l’utilizzo di tecnologie avanzate per ottimizzare l’uso delle risorse senza modificare fondamentalmente l’approccio produttivo.
Esistono tuttavia alcune limitazioni intrinseche a questo livello. L’ottimizzazione dell’efficienza può ridurre gli impatti ambientali per unità di prodotto, ma non affronta le cause strutturali della dipendenza da input esterni. Inoltre, l’approccio tecnologico può aumentare la complessità gestionale e gli investimenti, limitandone l’accessibilità per le aziende di piccole dimensioni.
Livello 2: sostituzione degli input – dagli input chimici alle alternative biologiche
Il Livello 2 rappresenta un salto qualitativo significativo, caratterizzato dalla sostituzione degli input di sintesi chimica con alternative biologiche o naturali. Questo livello corrisponde in gran parte all’agricoltura biologica come definita dalla normativa europea e recepita nella norma UNI 1615303.
La norma definisce la ‘agricoltura biologica’ facendo riferimento al ‘Regolamento UE 2018/848 e successive modifiche e integrazioni e dalla legge [italiana, ndr] 9 marzo 2022, n. 23‘. Questa definizione, pur corretta dal punto di vista normativo, non comprende del tutto la diversità degli approcci possibili al Livello 2, i quali includono anche pratiche agrnon necessariamente certificate ma orientate alla riduzione degli input di sintesi chimica.
Il Livello 2 introduce concetti fondamentali come il ‘controllo biologico dei parassiti/patogeni’, definito dalla norma come ‘complesso di tecniche basate sull’azione antagonista di artropodi, patogeni o altri (micro)organismi aerei o tellurici nei confronti di avversità biotiche delle colture agrarie‘. Questa pratica rappresenta un esempio paradigmatico della sostituzione di input chimici con processi biologici naturali.
Livello 3: riprogettazione degli agroecosistemi – integrazione sistemica
Il Livello 3 rappresenta una trasformazione qualitativa fondamentale, caratterizzata dalla riprogettazione dell’agroecosistema per massimizzare le funzioni ecologiche naturali. A questo livello, l’attenzione si sposta dall’ottimizzazione dei singoli componenti alla gestione delle interazioni sistemiche.
La norma UNI 1615303 identifica questa dimensione definendo ‘agroecosistema’ come ‘ecosistema modificato dall’uomo, nel quale viene privilegiata la crescita di specie (vegetali e animali) che, a seguito di interventi agronomici e zootecnici, forniscono una produzione valutabile in termini economici‘. Questa definizione evidenzia l’integrazione tra obiettivi produttivi ed equilibri ecologici.
Elementi caratteristici del Livello 3 includono la ‘consociazione‘, definita come ‘coltivazione contemporanea (parziale o totale nel tempo e nello spazio) di due o più specie agrarie o cultivar nella stessa superficie coltivata‘. La norma evidenzia i benefici di questa pratica: ‘controllare in modo integrato le specie spontanee, migliorare la struttura del suolo, favorire la diversificazione produttiva e il controllo sul piano fitosanitario‘.
La ‘agroforestazione’ rappresenta un altro esempio paradigmatico del Livello 3, definita come ‘sistema colturale, aziendale e agricolo in cui gli agricoltori adottano intenzionalmente pratiche di consociazione tra colture arboree, erbacee e arbustive e che può prevedere la presenza di allevamenti‘. Questi sistemi integrati massimizzano l’utilizzazione dello spazio tridimensionale e dei cicli biogeochimici.
Livello 4: ristabilire le connessioni – dalla scala aziendale a quella territoriale
Il Livello 4 espande la prospettiva agroecologica dalla scala aziendale a quella territoriale e delle filiere. Secondo Gliessman (2015), questo livello si concentra su ristabilire le connessioni tra produttori e consumatori, creare filiere alimentari alternative e sulla giustizia sociale nel sistema alimentare.
La norma italiana incorpora questa dimensione attraverso diverse definizioni. I ‘Sistemi agroalimentari locali (SAL)’ sono definiti come ‘sistemi alternativi al modello alimentare globalizzato che si fondano su complessi rapporti tra produzione agricola, trasformazione, distribuzione e consumo in un determinato luogo‘. Questa definizione coglie appieno l’essenza del Livello 4: la relocalizzazione dei sistemi alimentari.
Gli ‘Alternative Food Network (AFN)’ vengono descritti come circuiti che ‘promuovono la vendita di prodotti locali di qualità e/o del Fair Trade‘, includendo ‘le esperienze di organizzazione dei consumatori come i Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS)‘. Questi meccanismi rappresentano strumenti concreti per l’implementazione del Livello 4.
La ‘vendita diretta’, definita semplicemente come ‘cessione di beni direttamente al dettaglio‘, assume nel contesto del Livello 4 un significato più profondo, rappresentando un meccanismo per abbreviare le filiere e aumentare la quota di valore aggiunto che rimane al produttore.
Livello 5: ricostruzione del sistema alimentare globale
Il Livello 5 rappresenta la visione più ambiziosa dell’agroecologia, proponendo una ricostruzione completa del sistema alimentare globale basata su principi di sostenibilità, equità e giustizia sociale. Questo livello transcende gli aspetti tecnico-agronomici per abbracciare dimensioni politiche, economiche e culturali.
La norma UNI 1615303 affronta questa dimensione attraverso il concetto di ‘sovranità alimentare‘, definita come ‘processo di costruzione dei movimenti sociali, che trae origine dai contadini‘. Essa ‘è sinonimo di solidarietà e non di concorrenza. L’accesso al cibo è essenziale alla sopravvivenza umana ed è un diritto umano fondamentale‘.
Il ‘dialogo sociale’ viene definito come ‘negoziazione, consultazione o semplicemente scambio di informazioni con o tra rappresentanti dei Governi, datori di lavoro e lavoratori, su argomenti di comune interesse relativi alla politica economica e sociale‘. Questo concetto è fondamentale per l’implementazione del Livello 5, che richiede trasformazioni sistemiche che vanno oltre le pratiche agricole.
Interconnessioni e dinamiche di transizione
Un aspetto critico del modello di Gliessman riguarda le dinamiche di transizione tra i diversi livelli. Contrariamente a una visione lineare e sequenziale, la transizione agroecologica spesso coinvolge processi non lineari, con possibili regressioni e accelerazioni.
La norma UNI 1615303 introduce il concetto di ‘transizione agroecologica’, definita come ‘processo di transizione all’agroecologia in vista della trasformazione sostenibile del sistema agroalimentare, che può essere ricondotto a cinque fasi‘. Le fasi identificate corrispondono ai 5 livelli di Gliessman, ma la formulazione evidenzia la natura processuale piuttosto che statica della transizione.
Le ‘proprietà emergenti di un sistema agroecologico’ vengono definite come ‘proprietà collettive d’insieme non riconducibili a quelle dei suoi costituenti‘. Questa definizione assume particolare rilievo per comprendere come i livelli superiori del modello di Gliessman generino benefici qualitativamente diversi rispetto alla semplice somma delle pratiche implementate.
Le definizioni chiave nella norma UNI
Agroecologia: paradigma di trasformazione
La definizione centrale del documento identifica l’agroecologia come ‘paradigma per la trasformazione sostenibile dei sistemi agro-alimentari, che integra scienza, pratiche agricole e movimenti sociali‘ (UNI, 2025). Questa definizione evidenzia tre dimensioni fondamentali: quella scientifica, quella pratica e quella sociale, superando la visione puramente tecnica per abbracciare una prospettiva sistemica.
Sistemi di produzione alternativi al modello agricolo convenzionale
La norma UNI 1615303 descrive e definisce i sistemi produttivi alternativi al modello agricolo convenzionale ad alta intensità di input esterni. Senza tuttavia operare una precisa distinzione tra l’agricoltura biologica (e quella biodinamica, nel suo ambito) – l’unico sistema che esclude per legge sia l’impiego di input di sintesi chimica, OGM e NGT (New Genomic Techniques) in agricoltura, sia l’impiego di numerosi additivi nella trasformazione alimentare – e altri metodi di produzione. Le definizioni perciò comprendono, tra i vari sistemi:
- l’agricoltura biologica, definita dalla norma UNI come ‘sistema di produzione definito dal Regolamento UE 2018/848 e successive modifiche e integrazioni‘, rappresenta il modello normativo più consolidato e diffuso. L’unico, si sottolinea, a essere basato su apposite legislazioni e sistemi di controlli ufficiali. Il sistema biologico si distingue per il divieto di utilizzo di fertilizzanti e pesticidi di sintesi, l’adozione di rotazioni pluriennali e l’integrazione di pratiche di gestione della fertilità basate su processi biologici naturali;
- l’agricoltura biodinamica, descritta come ‘sistema agricolo basato sui principi scientifici antroposofici sviluppati da Rudolf Steiner‘, introduce dimensioni che vanno al di là degli aspetti tecnico-agronomici convenzionali. La norma identifica come principi fondanti ‘l’approccio ecologico profondo; l’azienda agraria come organismo a ciclo chiuso; il rispetto dei ritmi vitali e cosmici; la tecnologia dell’humus come vivificazione del suolo; la stretta proporzione tra animali, terreno e rotazioni; la provenienza aziendale dei mezzi produttivi; la restituzione dell’agricoltura alla sua dimensione sociale e antroposofica’;
- permacultura, citata come un ‘sistema di produzione agricola proposto da Bill Mollison e David Holmgren per supportare la programmazione integrale e sostenibile dell’uso del territorio. Si basa sull’applicazione di conoscenze diverse (giardinaggio, orticoltura, ecologia, architettura, finanza, sociologia) che mirano alla programmazione territoriale con l’obiettivo di soddisfare le necessità delle popolazioni residenti, di ridurre’ – senza escludere – ‘la produzione di rifiuti e l’utilizzo di input chimici, di valorizzare le interazioni positive tra i vari elementi a scala territoriale, di promuovere sistemi di policoltura a elevata biodiversità, con la compresenza di specie vegetali arboree, arbustive ed erbacee e la presenza di animali’;
- l’agricoltura conservativa si concentra sulla ‘conservazione delle risorse naturali, ottenendo al contempo rese elevate e durevoli‘, basandosi su tre principi fondamentali: minimo disturbo meccanico del suolo, copertura vegetale permanente, e avvicendamenti colturali diversificati. Questo approccio, si evidenzia, non esclude l’uso di input chimici e si posiziona perciò in una posizione intermedia tra sistemi convenzionali e agroecologici;
- l’agricoltura rigenerativa è definita come sistema ‘volto a ripristinare e migliorare attivamente la salute degli ecosistemi, principalmente attraverso pratiche che rigenerano il suolo, aumentano la biodiversità, migliorano i cicli dell’acqua e rafforzano la resilienza delle comunità agricole‘. Questo sistema, sviluppato da Robert Rodale negli anni ‘80 del secolo scorso, è peraltro ancora privo di regole uniformi e non esclude l’uso di input chimici, OGM e NGT in agricoltura.
Zootecnia e allevamento
La norma UNI 1615303 presenta una tassonomia dettagliata dei sistemi di allevamento che riflette la complessità delle relazioni tra intensità produttiva, benessere animale e impatto ambientale. Questa classificazione si basa principalmente sul grado di confinamento degli animali e sull’intensità di utilizzo degli input esterni, criteri che influenzano significativamente la sostenibilità dei sistemi zootecnici:
- l’allevamento estensivo è definito come ‘forma di allevamento con limitato ricorso a input esterni al sistema, basata sui contesti locali e naturali e con forti legami con il territorio‘. La norma specifica tre caratteristiche distintive: ritmi produttivi moderati, elevato rapporto foraggi/concentrati negli erbivori, e quota elevata di alimenti per bestiame prodotta in azienda o nel territorio circostante;
- l’allevamento intensivo, viceversa, è caratterizzato da ‘elevata densità di animali per unità di superficie‘ e può svolgersi ‘anche in assenza di terreno sufficiente a garantire una produzione vegetale che soddisfi il potenziale fabbisogno alimentare dei capi allevati‘. La ne norma identifica le caratteristiche in termini di elevati investimenti, ridotto apporto di foraggi, limitata biodiversità, genetica animale orientata a massimizzare le rese, difficoltà a raggiungere condizioni ottimali per il benessere animale.
Sistemi pastorali e gestione del territorio
La norma dedica ampia attenzione ai sistemi pastorali, riconoscendone il ruolo centrale nell’agroecologia territoriale. Il pascolo è definito come ‘sistema foraggero polifita (costituito da tante specie), classificato nelle foraggere permanenti la cui biomassa viene direttamente utilizzata dagli animali‘. Questa definizione evidenzia l’importanza della diversità vegetale e dell’utilizzo diretto delle risorse foraggere. Tra i vari sistemi si segnalano:
- il pascolo migliorato, in aree ove ‘si applicano tecniche agronomiche che favoriscono la biodiversità, la buona composizione in foraggere, il riciclo dei nutrienti. Le tecniche agronomiche possono essere:
i) strigliatura con spargimento delle deiezioni animali;
ii) trinciatura o sfalcio delle essenze non pabulari;
iii) spietramento;
iv) manutenzione delle sistemazioni idraulico-agrarie’;
- il pascolo razionale, definito come ‘pascolamento organizzato nei diversi territori secondo uno schema, preordinato’. La norma elenca numerose varianti: pascolo razionato, pascolo a ore, pascolo rigenerativo, pascolo razionale Voisin, pascolo olistico, pascolamento adattivo. Questa diversificazione terminologica riflette l’evoluzione scientifica del settore e la ricerca di approcci ottimali per la gestione pastorale;
- il pascolo rigenerativo, a sua volta descritto come ‘pascolo razionale intensivo che predilige il pascolamento misto‘ con l’obiettivo di evidenziare ‘il recupero di agroecosistemi degradati e servizi ecosistemici generati‘. Questo approccio si basa sulla teoria che il pascolamento controllato possa ripristinare la fertilità del suolo e la diversità vegetale, invertendo i processi di degradazione.
Benessere animale e parametri di valutazione
Il documento UNI definisce il benessere animale come ‘condizione ottimale ottenuta nel rispetto del principio universale per cui un animale viene mantenuto sano, sicuro, ben nutrito e libero da sofferenze‘. Questa definizione integra aspetti fisici, comportamentali e ambientali, riflettendo l’evoluzione del concetto dalle Cinque Libertà originali verso approcci più olistici.
Il documento introduce il Body Condition Score (BCS) come ‘punteggio che indica lo stato d’ingrassamento di un animale e la relativa condizione corporea, attraverso la valutazione di specifiche regioni anatomiche dell’animale‘. Questo strumento rappresenta un indicatore oggettivo del benessere nutrizionale e può essere utilizzato per monitorare l’adeguatezza dei sistemi di gestione.
L’etogramma, definito come ‘insieme dei comportamenti naturali che manifesta una determinata specie animale in generale o in una specifica situazione‘, fornisce il quadro di riferimento per valutare se gli ambienti di allevamento permettono l’espressione dei comportamenti specie-specifici. La possibilità di esprimere comportamenti naturali è considerata un prerequisito fondamentale per il benessere animale nei sistemi agroecologici.
Rusticità e adattamento ambientale
La rusticità zootecnica viene definita come ‘capacità degli animali di sopravvivere, riprodursi e mantenere la produzione in una vasta gamma di condizioni ambientali‘. Questo carattere implica ‘una conformazione fisica e un metabolismo plasmati non tanto sulla produttività quanto su una maggiore capacità di adattamento al territorio‘.
Le razze rustiche sono a loro volta descritte come ‘razze a spiccata rusticità e adattabilità ambientale e alimentare, adatte ad essere allevate con sistema di allevamento semibrado o brado-estensivo‘. Queste razze presentano tipicamente una conformazione fisica robusta, maggiore resistenza alle malattie, longevità superiore e adattabilità ai sistemi foraggeri locali.
La valorizzazione delle razze rustiche presenta vantaggi ecosistemici multipli: conservazione della diversità genetica, mantenimento di ecosistemi pastorali tradizionali, riduzione della dipendenza da input esterni e resilienza climatica.
Integrazione agricoltura-zootecnia
La norma riconosce l’importanza dell’integrazione tra componenti vegetali e animali negli agroecosistemi. I sistemi agrosilvopastorali sono definiti come ‘sistemi in cui su una parte della superficie o in alcune annate le attività di allevamento e pascolamento si integrano con la produzione del foraggio e/o la coltivazione di specie erbacee‘.
Questa integrazione genera sinergie produttive attraverso diversi meccanismi: riciclo di nutrienti tramite le deiezioni animali, controllo biologico di infestanti attraverso il pascolamento, diversificazione del rischio economico, e ottimizzazione dell’uso del territorio. L’efficacia di questi sistemi dipende dalla progettazione attenta delle interazioni spazio-temporali tra componenti diverse.
La catena di foraggiamento è definita come ‘sequenza continuativa e organicamente preordinata di colture temporanee che, nel corso dei mesi e degli anni, forniscono biomassa foraggera per rispondere alle esigenze dell’allevamento e del mantenimento della fertilità dei terreni‘. Si evidenzia così il valore della pianificazione temporale per garantire disponibilità costante di foraggio e la sostenibilità del sistema.
Tecnologie emergenti e zootecnia di Precisione
La zootecnia di precisione è definita come ‘insieme di soluzioni tecnologiche utili alla gestione del bestiame che include sensori, robot, software per la gestione, l’osservazione e il controllo, tecniche di intelligenza artificiale‘. Questo approccio rappresenta l’applicazione delle tecnologie digitali alla gestione zootecnica.
L’adozione di tecnologie avanzate richiede peraltro investimenti significativi e competenze tecniche spesso a tutt’oggi non accessibili alle piccole aziende agricole. La dipendenza da sistemi tecnologici complessi può inoltre ridurre la resilienza dei sistemi di allevamento di fronte a guasti o interruzioni.
Servizi ecosistemici in agroecologia
La norma UNI 1615303 adotta la classificazione internazionale stabilita dal Millennium Ecosystem Assessment (2005), che rappresenta il quadro concettuale più riconosciuto a livello scientifico per la categorizzazione dei servizi ecosistemici. I servizi ecosistemici sono definiti come ‘insieme di servizi che i sistemi naturali generano a favore dell’uomo‘ e vengono descritti come ‘i molteplici benefici forniti dagli ecosistemi al genere umano‘ (UNI, 2025).
Questa definizione, pur essendo coerente con la letteratura scientifica consolidata, presenta alcune limitazioni concettuali. La prospettiva antropocentrica implicita nella formulazione ‘a favore dell’uomo‘ riflette l’approccio tradizionale ma non considera completamente le interazioni ecosistemiche che prescindono dal beneficio umano diretto. Tale approccio rimane comunque funzionale per l’applicazione pratica in contesti agricoli e di policy-making.
Servizi di regolazione: il cardine degli agroecosistemi
I servizi di regolazione rappresentano probabilmente la categoria più critica per la sostenibilità dei sistemi agricoli. La norma identifica specificamente: regolazione di gas atmosferici, clima, acque, erosione, prevenzione del dissesto idrogeologico, regolazione dell’impollinazione e habitat per la biodiversità (UNI, 2025).
La regolazione climatica su scala locale assume particolare rilevanza negli agroecosistemi. Le pratiche agroecologiche possono influenzare significativamente il microclima attraverso diversi meccanismi: l’aumento della copertura vegetale riduce le temperature superficiali, l’incremento della sostanza organica nel suolo migliora la capacità di ritenzione idrica, e la diversificazione strutturale degli habitat crea gradienti microclimatici favorevoli alla biodiversità funzionale (Altieri & Nicholls, 2017).
Il controllo dell’erosione rappresenta un servizio ecosistemico quantificabile e di immediata rilevanza economica. L’adozione di pratiche conservative del suolo, come definite nella norma attraverso i concetti di ‘lavorazione conservativa‘ e ‘colture di copertura‘, può ridurre le perdite di suolo da 10-100 tonnellate per ettaro per anno (sistemi convenzionali) a 1-5 tonnellate per ettaro per anno, mantenendosi al di sotto delle soglie di sostenibilità pedologica (Montgomery, 2007).
L’impollinazione merita attenzione particolare per la sua rilevanza economica diretta. Il valore economico globale dell’impollinazione animale è stimato tra 235-577 miliardi di dollari annui (IPBES, 2016). La norma definisce l’impollinazione come ‘trasferimento del polline dagli stami agli organi che contengono gli ovuli‘, evidenziando la sua ‘funzione fondamentale per la produzione vegetale‘.
Servizi di approvvigionamento: produttività e diversificazione
I servizi di approvvigionamento includono la produzione di cibo, materie prime, acqua dolce e variabilità biologica. Nel contesto agroecologico, questi servizi assumono caratteristiche distintive rispetto ai sistemi agricoli convenzionali, privilegiando la qualità rispetto alla quantità massima e la stabilità produttiva nel lungo termine.
La produttività vegetale, definita dalla norma come ‘quantità di biomassa prodotta da una pianta o da una coltura in un intervallo di tempo predeterminato‘, deve venire valutata considerando non solo la resa per unità di superficie ma anche l’efficienza nell’uso delle risorse. Gli agroecosistemi diversificati mostrano spesso una maggiore efficienza nell’uso della luce, dell’acqua e dei nutrienti attraverso meccanismi di complementarietà spaziale e temporale tra specie (Malézieux et al., 2009).
La variabilità biologica come servizio di approvvigionamento rappresenta una peculiarità degli approcci agroecologici. La norma distingue tra ‘varietà locali‘, ‘varietà da conservazione‘ e ‘popolazioni evolutive‘, evidenziando l’importanza della diversità genetica non solo come patrimonio da conservare ma come risorsa produttiva attiva. Le varietà locali, definite come ‘varietà di piante agricole adattate ad uno specifico agroecosistema‘, forniscono materiale genetico resiliente e adattato alle condizioni locali.
Servizi culturali: La dimensione sociale dell’agroecologia
I servizi culturali rappresentano forse l’aspetto più innovativo dell’approccio agroecologico rispetto ai sistemi produttivi convenzionali. La norma identifica ‘valori estetici, ricreativi, educativi, spirituali, artistici, identitari‘ come componenti di questa categoria (UNI, 2025).
Il paesaggio agrario, definito come ‘esito di quell’attività che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale‘, rappresenta un servizio culturale di rilevanza crescente. La multifunzionalità degli agroecosistemi contribuisce alla creazione di paesaggi culturali che hanno valore turistico, educativo e identitario per le comunità locali.
La funzione educativa degli agroecosistemi diversificati è particolarmente rilevante nelle società urbane. Le aziende agroecologiche fungono da ‘laboratori viventi‘ per la comprensione dei processi ecologici e delle relazioni tra pratiche agricole e ambiente. Questo servizio assume valore economico attraverso attività di turismo rurale, fattorie didattiche e programmi di educazione ambientale.
Quantificazione e valutazione economica
Un aspetto critico nell’applicazione pratica del concetto di servizi ecosistemici riguarda la quantificazione e la valutazione economica. La norma non fornisce indicazioni specifiche sui metodi di misurazione, limitandosi alle definizioni concettuali. Tuttavia, lo sviluppo di indicatori quantitativi è essenziale per l’implementazione operativa.
Per i servizi di regolazione, esistono metodologie consolidate di quantificazione. Il sequestro di carbonio può venire misurato attraverso analisi del contenuto di sostanza organica nel suolo e della biomassa epigea. I valori tipici per sistemi agroecologici ben gestiti variano da 0,5 a 2 tonnellate di CO2 equivalente per ettaro per anno (Gattinger et al., 2012).
La ritenzione idrica può venire quantificata attraverso misure di infiltrazione, capacità di campo e stabilità degli aggregati del suolo. Gli agroecosistemi con elevata diversità strutturale mostrano generalmente capacità di infiltrazione 2-10 volte superiori rispetto ai sistemi semplificati, con evidenti benefici per la gestione del rischio idrogeologico.
Interazioni e sinergie tra servizi
Un elemento distintivo dell’approccio agroecologico è il riconoscimento delle interazioni sinergiche tra diversi servizi ecosistemici. La norma definisce le sinergie come ‘interazioni che si verificano quando l’azione congiunta degli elementi presi in considerazione determina effetti maggiori di quelli che si avrebbero se l’azione degli stessi elementi avvenisse in modo separato‘ (UNI, 2025).
Ad esempio, l’incremento della biodiversità vegetale attraverso l’introduzione di colture di copertura genera simultaneamente il miglioramento della struttura del suolo (servizio di regolazione), l’aumento della produzione di biomassa foraggera (servizio di approvvigionamento) e la diversificazione del paesaggio agricolo (servizio culturale). Queste sinergie multiple rappresentano un vantaggio competitivo degli approcci agroecologici rispetto ai sistemi specializzati.
Governance e contributi per servizi ecosistemici
Un aspetto emergente nella gestione dei servizi ecosistemici riguarda lo sviluppo di meccanismi di pagamento (Payments for Ecosystem Services – PES). La norma definisce la ‘governance responsabile‘ come uno dei 10 Elementi dell’agroecologia, ma non fornisce dettagli sui meccanismi economici per l’internalizzazione del valore dei servizi ecosistemici.
Prospettive di sviluppo
Lo sviluppo futuro del quadro concettuale dei servizi ecosistemici in ambito agroecologico richiede diversi avanzamenti:
- l’integrazione di tecnologie di monitoraggio avanzate (sensori remoti, Internet of Things, intelligenza artificiale) per la quantificazione in tempo reale dei servizi ecosistemici;
- lo sviluppo di modelli economici che incorporino il valore dei servizi ecosistemici nei processi decisionali aziendali;
- la creazione di mercati per i servizi ecosistemici che permettano agli agricoltori di ricevere compensi adeguati per i benefici ambientali prodotti.
Aspetti socio-economici: la dimensione umana dell’agroecologia
Modelli di agricoltura sociale e territoriale
La norma UNI 1615303 riconosce la dimensione sociale dell’agroecologia attraverso la definizione di numerosi modelli che integrano produzione agricola e funzioni sociali. L’agricoltura sociale è definita come ‘insieme di attività esercitate dagli imprenditori agricoli e dalle cooperative sociali che si propone di recuperare la solidarietà, l’integrazione e la valorizzazione della dimensione relazionale, attraverso attività in aziende agricole multifunzionali, che valorizzano la biodiversità, la diffusione della conoscenza del territorio, e l’inserimento di lavoratori svantaggiati e con disabilità‘ (UNI, 2025).
Questo approccio evidenzia come l’agroecologia trascenda la mera produzione alimentare per abbracciare funzioni terapeutiche e di inclusione sociale. L’integrazione di persone con disabilità o in condizioni di svantaggio nei processi produttivi agricoli genera benefici multipli: da un lato fornisce opportunità lavorative e di riabilitazione, dall’altro arricchisce la diversità sociale delle aziende agricole.
L’agricoltura familiare, descritta come ‘forma di agricoltura dominante nel settore della produzione alimentare, sia nei Paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo, legata alla sicurezza alimentare‘, rappresenta il modello organizzativo prevalente a livello globale. La norma sottolinea che ‘gli agricoltori familiari gestiscono i loro terreni con attenzione e conoscenze tradizionali per ottenere livelli di produttività adeguati, nonostante un minor accesso a risorse produttive, come supporto e mezzi tecnici agricoli‘. Questa definizione evidenzia la resilienza e l’adattabilità dei sistemi familiari, caratteristiche fondamentali per la sostenibilità agricola.
Custodi della biodiversità e saperi tradizionali
Gli agricoltori custodi sono definiti come ‘persone fisiche che svolgono una funzione di pubblico interesse per conto delle Regioni nella conservazione delle varietà e razze a rischio di erosione genetica iscritte al Repertorio Regionale delle risorse genetiche‘. Questa figura istituzionale riconosce formalmente il ruolo degli agricoltori nella conservazione della biodiversità agricola e nella trasmissione di saperi tradizionali.
Il concetto di agricoltore custode si collega direttamente ai sistemi sementieri diffusi, definiti come ‘sistemi sementieri dove la comunità rurale locale partecipa a vario modo alla produzione e alla diffusione delle sementi e all’innovazione varietale‘. La norma specifica che ‘riconoscere un ruolo nella ricerca agli agricoltori porta a considerare questi sistemi non solo come luoghi di mera conservazione, ma ne mette in luce gli aspetti creativi e innovativi: nuova diversità viene creata nel tempo e nello spazio‘.
L’agroecologia contadina viene a sua volta definita come ‘sistema di produzione che sostiene i cicli produttivi che arricchiscono la vita e si oppone a quelli che la alterano‘. La norma specifica che ‘non riguarda solo l’agricoltura, ma la trasformazione verso una società costruita su diritti collettivi, costumi e leggi che riconoscono i diritti di autodeterminazione e autonomia dei contadini e delle comunità‘. Questa definizione politica evidenzia come l’agroecologia contadina trascenda gli aspetti tecnici per abbracciare una visione sistemica di trasformazione sociale.
Biodistretti e sistemi territoriali
I biodistretti sono definiti come ‘sistemi territoriali, anche di carattere intercomunale, interprovinciale o interregionale, a spiccata vocazione agricola nei quali interagiscono tutti i portatori di interessi, la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione e la preparazione alimentare, all’interno del territorio individuato dal biodistretto, secondo i principi e le pratiche dell’agroecologia e/o dell’agricoltura biologica o biodinamica‘.
La bioregione urbana è definita come sistema caratterizzato dalla ‘presenza ordinatrice di un sistema insediativo composto da una pluralità di piccoli e medi centri urbani e rurali‘ e dalla ‘presenza interagente di sistemi idro-geo-morfologici e ambientali complessi e differenziati, relazionati consapevolmente in forme coevolutive e sinergiche con il sistema insediativo, urbano e agroforestale‘. Questo concetto integra pianificazione territoriale e sviluppo agricolo in una visione sistemica dell’organizzazione spaziale.
Agricoltura urbana e periurbana
L’agricoltura urbana e periurbana viene indicata come ‘insieme di principi, pratiche agronomiche finalizzati alla produzione agricola e processi correlati (trasformazione, distribuzione, commercializzazione, riciclo, promozione, comunicazione ecc.), in un’ottica di offerta di servizi ecosistemici, che si svolgono in aziende agricole o terreni collocati all’interno delle città e delle aree limitrofe‘.
Questa pratica risponde alla crescente urbanizzazione globale e alla necessità di riconnettere le città con la produzione alimentare. L’agricoltura urbana presenta vantaggi multipli: riduzione delle distanze di trasporto, educazione alimentare della popolazione urbana, gestione sostenibile degli spazi verdi urbani, e inclusione sociale attraverso il coinvolgimento delle comunità locali.
I community gardens sono descritti come ‘spazi comuni, pubblici o privati, oppure terreni confiscati alla mafia, oppure terreni attorno alle città non utilizzati e affidati a famiglie, o a comunità, o a cooperative sociali, dove le persone coltivano assieme cibo di qualità creando reddito e coesione sociale‘. Questa definizione evidenzia la funzione sociale degli spazi agricoli urbani oltre alla produzione alimentare.
Community Supported Agriculture
La Community Supported Agriculture (CSA) è definita come ‘forma di agricoltura supportata dalla comunità: approccio innovativo all’agricoltura intesa come produzione e distribuzione di cibo, che mette al centro la compartecipazione di produttori e consumatori alla produzione‘. La norma specifica che ‘si prefigge lo scopo di instaurare una relazione di mutuo supporto tra le comunità locali ed i produttori di cibo‘ attraverso la condivisione di ‘rischi e opportunità della produzione’.
Questo modello rappresenta un’evoluzione significativa rispetto ai mercati convenzionali, trasferendo parte del rischio economico dai produttori ai consumatori in cambio di garanzie di acquisto e prezzi equi. La CSA si distingue così rispetto agli ‘Alternative Food Network (AFN)’ (v. sopra, Livello 4 della cornice di Gliessman), i quali pure promuovono la trasparenza produttiva e la connessione diretta tra produttori e consumatori, elementi centrali nell’approccio agroecologico.
Economia circolare e capitale sociale
La norma integra principi di economia circolare, definita come ‘sistema economico che, attraverso un approccio sistemico e olistico, mira a mantenere circolare il flusso delle risorse, conservandone, rigenerandone o aumentandone il valore, e che al contempo contribuisce allo sviluppo sostenibile‘.
L’upcycling è definito come ‘processo grazie al quale risorse materiche secondarie e/o sottoprodotti sono trasformati o convertiti in nuovi materiali, componenti o prodotti di migliore qualità, migliore funzionalità e/o dal valore più elevato‘. Questo concetto è particolarmente rilevante per la valorizzazione dei sottoprodotti agricoli e la creazione di filiere integrate che minimizzano perdite e sprechi alimentari.
Il capitale sociale è definito come ‘capitale rappresentato dal ruolo centrale delle relazioni sociali’ basato sul ‘valore delle reti sociali che legano persone che condividono valori ed esperienze e sono legati da regole di reciprocità‘. Questo concetto evidenzia l’importanza delle relazioni interpersonali per la funzionalità dei sistemi agroecologici, che spesso dipendono dalla cooperazione e dalla fiducia reciproca.
Altri concetti di rilievo
Materiale Eterogeneo Biologico (MEB)
La norma introduce il concetto di Materiale Eterogeneo Biologico, definito secondo il Regolamento UE 2021/1189. Vale a dire, ‘un insieme vegetale appartenente a un unico taxon botanico del più basso grado conosciuto che:
a) presenta caratteristiche fenotipiche comuni;
b) è caratterizzato da un elevato livello di diversità genetica e fenotipica tra le singole unità riproduttive, in modo che tale insieme vegetale sia rappresentato dal materiale nel suo insieme e non da un numero ridotto di individui;
c) non è una varietà ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 2100/94;
d) non è una miscela di varietà; e
e) è stato prodotto in conformità’ del regolamento (UE) 2018/848;
Questa innovazione normativa rappresenta un’evoluzione rispetto alle varietà tradizionali, permettendo maggiore diversità genetica nelle coltivazioni biologiche.
Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA)
Il documento definisce le ‘Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), note anche come NGT – New Genomic Techniques), quali ‘tecniche di manipolazione genetica che mirano a modificare il DNA delle piante‘. Un concetto essenziale a chiarire le basi del dibattito in corso sui nuovi OGM, oggetto di recenti proposte di deregolamentazione in Unione Europea.
One Health e salute planetaria
La norma integra i concetti di One Health e Global/Planetary Health, definendo quest’ultima come ‘nuovo paradigma che integra l’analisi e la ricerca delle risoluzioni delle alterazioni e degli impatti, di origine antropica, non solo sui sistemi naturali del pianeta, ma anche sulla salute umana‘. Questa integrazione evidenzia l’approccio multidisciplinare dell’agroecologia.
Conclusioni provvisorie
Il documento UNI presenta un vocabolario estremamente ampio, senza dubbio utile a comprendere la multidisciplinarietà dell’agroecologia e promuovere la coerenza normativa a livello nazionale e regionale. Si auspica anzi che questa norma italiana potrà costituire la base per uno standard o una normativa europea e internazionale, come già accadde per la norma UNI 11233:2009 sulla produzione agricola integrata (i cui criteri vennero in gran parte ripresi nella direttiva quadro 2009/128/CE sull’uso sostenibile dei pesticidi).
Prospettive di trasparenza
Una funzione essenziale della norma tecnica è promuovere la trasparenza, su un lessico che peraltro è già stato ampiamente condiviso in letteratura scientifica e nelle pubblicazioni FAO. Gli operatori di settore potremmo così riferirsi alle definizioni della norma UNI per descrivere i loro sistemi produttivi e le loro singole attività.
Le autorità dí controllo a loro volta potranno a loro volta riferirsi alle stesse definizioni per verificare la correttezza di etichette e pubblicità degli operatori. Un precedente significativo in tal senso è la specifica tecnica ISO/TS 19657:2017 che definisce gli ingredienti alimentari naturali (ISO, 2017).
Rischi di confusione
Le 275 definizioni proposte nella norma UNI 1615303 sono peraltro elencate in mero ordine alfabetico, senza distinguere i diversi sistemi e metodi produttivi in relazione a:
- i cinque livelli indicati da Gliessman per la transizione ecologica;
- l’adesione ai 10 Elementi e ai 13 Principi dell’agroecologia indicati da FAO e HLPE.
Accomunare sistemi e metodi così diversi sotto il cappello dell’agroecologia, ad avviso di chi scrive, potrebbe causare confusione attraverso pratiche di greenwashing che possono penalizzare i protagonisti della vera agroecologia, sul mercato come pure nella gestione dei c.d. appalti verdi.
Il greenwashing viene definito dalla stessa norma UNI come la ‘condizione che si verifica quando aziende, istituzioni, enti o persone definiscono sostenibili delle attività mentendo sui costi reali per l’ambiente e per la società e/o evitando di menzionare l’impatto reale negativo o semplicemente omettendo, o ancora non fornendo con trasparenza informazioni rilevanti per determinare il reale effetto a lungo termine su persone, risorse naturali e clima’.
Il Green Public Procurement (GPP) è a sua volta definito come ‘strumento di politica ambientale che intende favorire lo sviluppo di un mercato di prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale attraverso la leva della domanda pubblica, contribuendo, in modo determinante, al raggiungimento degli obiettivi delle principali strategie europee come quella sull’uso efficiente delle risorse o quella sull’Economia Circolare’.
La debole direttiva (EU) 2024/825 – Empowering Consumers for the Green Transition – dovrebbe proteggere i consumatori rispetto alle pratiche di greenwashing, ed è a maggior ragione necessario chiarire il divieto di riferire il termine ‘agroecologia’ a pratiche non soggette alla certificazione bio di cui al regolamento (UE) 2018/848.
Dario Dongo
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Dario Dongo, lawyer and journalist, PhD in international food law, founder of WIISE (FARE - GIFT - Food Times) and Égalité.








