Zootecnia e bioeconomia circolare: linee guida FAO

allevamento bovino

La zootecnia presenta diverse opportunità per lo sviluppo e l’integrazione di modelli di bioeconomia circolare, in grado di ridurre l’utilizzo di nuove risore e limitare lo stress sui sistemi produttivi, fino a ottenere sistemi alimentari resilienti e sostenibili.

La FAO ha pubblicato apposite linee guida volte a supportare gli operatori e le parti interessate coinvolte nel settore della produzione animale nell’adozione di pratiche volte a implementare le prestazioni di bioeconomia circolare. (1)

La bioeconomia circolare rappresenta un approccio trasformativo alla sostenibilità, basato sull’uso efficiente, il riuso e la rigenerazione della biomassa rinnovabile che proviene da animali, piante, microrganismi e dall’uomo, insieme ai relativi prodotti derivati. Questo modello consente di gestire in modo più sostenibile il consumo di risorse, la produzione di rifiuti e gli effetti del cambiamento climatico.

L’approccio integra i principi della bioeconomia e dell’economia circolare, ponendo l’accento sull’uso sostenibile della biomassa in sistemi chiusi, rispetto alle attività lineari che generano perdite e scarti. Contemporaneamente, aumenta la disponibilità di diversi prodotti, tra cui alimenti, mangimi, fibre, combustibili e altri materiali, con benefici significativi per la società, l’economia e l’ambiente.

Fig. 1 – Integrazione dei principi della bioeconomia e dell’economia circolare nella bioeconomia circolare (fonte: FAO, 2025)

Ruolo della zootecnia nella bioeconomia circolare

La zootecnia svolge un ruolo centrale nella bioeconomia circolare, grazie alla capacità di gestire ed elaborare i residui e i co-prodotti delle attività agricole, riciclando risorse che altrimenti verrebbero smaltite come rifiuti. Il bestiame permette un vero e proprio upcycling di materiali non commestibili per l’uomo, trasformandoli in alimenti proteici di origine animale. I prodotti di origine animale rappresentano circa il 34‑40% delle fonti proteiche alimentari globali, le quali possono venire ottenute anche tramite residui colturali non edibili o colture inadatte al consumo umano. In questo modo si riduce la competizione tra alimenti e mangimi e si ottimizza l’uso delle risorse disponibili per l’alimentazione umana.

Oltre alla produzione alimentare, il bestiame genera risorse utili quali:

  • letame, impiegabile come fertilizzante per i suoli;
  • lana e pelle, utilizzabili nei settori tessile e manifatturiero ma anche in edilizia, la lana, come isolante ignifugo ;
  • gelatina, collagene, oli e grassi, ad alto valore aggiunto per l’industria farmaceutica, cosmetica, pet-food e bioenergie.

Queste opportunità contribuiscono a integrare la gerarchia dei rifiuti alimentari e la piramide del valore, valorizzando materiali e sottoprodotti che altrimenti sarebbero considerati scarti.

Fig. 2 – Gerarchia dei rifiuti alimentari e piramide del valore (fonte: FAO, 2025)

Fonti e valorizzazione dei co-prodotti alimentari

Il potenziale d’impiego dei co-prodotti dipende dal loro valore nutritivo, che ne determina la destinazione, ad esempio come mangime o fertilizzante. Questo valore si confronta con la fonte che il co-prodotto intende sostituire e tiene conto della presenza di fattori antinutrizionali o altre sostanze indesiderabili che possono limitarne o impedirne l’utilizzo.

Nelle produzioni alimentari, le fonti di co-prodotti possono essere di origine vegetale o animale e impiegate tal quali o sottoposte a diversi gradi di elaborazione o trasformazione, al fine di aumentarne l’efficienza d’uso e la valorizzazione.

Co-prodotti da processi di fermentazione

Gli alimenti ottenuti da processi di fermentazione generano diverse quantità e tipologie di co-prodotti che possono venire impiegati per usi simili o differenti dal punto di vista nutrizionale, soprattutto in integratori alimentari. Alcuni esempi riguardano i co-prodotti delle filiere vitivinicola e brassicola, quali:

  • il lievito di birra, co-prodotto della fermentazione, utilizzabile nell’alimentazione umana e animale come integratore proteico e nutrizionale, ricco di vitamine del gruppo B, minerali e composti bioattivi;
  • le vinacce, per la produzione di ingredienti funzionali di alimenti e mangimi.

Residui di coltivazione

La paglia e le parti non commestibili del mais, come foglie, stocco e tutolo, costituiscono un’ottima fonte di fibre e sono generalmente destinate alla dieta dei ruminanti. In alternativa, essa possono venie lasciate sul suolo per contribuire al rilascio di sostanza organica e al miglioramento della fertilità del terreno.

I residui di mais presentano una qualità nutrizionale superiore rispetto ad altre colture, ma l’elevato contenuto di acqua ne rende difficile la conservazione a lungo termine.

Co-prodotti dall’industria alimentare

I panelli proteici sono tra i principali co-prodotti dell’industria alimentare. Si ottengono come residuo solido dai processi di estrazione degli oli da semi vegetali (es. girasole, soia, arachidi) e contengono la frazione proteica residua, una piccola quota di lipidi e altri nutrienti, generalmente destinati all’alimentazione animale.

Altri co-prodotti significativi includono la sansa d’oliva, che condivide usi simili ai panelli, ma contribuisce principalmente a migliorare il profilo lipidico dei mangimi, fornendo grassi monoinsaturi e antiossidanti come la vitamina E. I residui dell’industria dello zucchero, come melassa e polpa di barbabietola o di canna da zucchero, a loro volta apportano fibre e zuccheri, aumentando la palatabilità dei mangimi.

In termini generali l’industria alimentare, nei suoi diversi settori, offre una varietà di co-prodotti destinati alla produzione di mangimi e pet-food. Tra questi i residui di cereali (es. frumento, mais, riso), prodotti glucidici (es. patate) e zuccherini (es. frutti).

Co-prodotti di origine animale

I co‑prodotti di origine animale – parti di animali o prodotti da essi derivati non destinati al consumo umano – possono venire trasformati per diversi utilizzi in vista della produzione di mangimi, fertilizzanti, combustibili o ingredienti per i settori farmaceutico e cosmetico. La loro disciplina in Unione Europea è estremamente rigorosa, allo scopo di prevenire i rischi per la salute pubblica e la sanità animale. (2)

Tale disciplina può tuttavia limitare la piena valorizzazione dei co‑prodotti nella bioeconomia circolare. I drastici limiti alle destinazioni degli Animal By-Products – stabiliti a priori anziché sulla base di una concreta analisi del rischio – impediscono infatti la loro trasformazione in prodotti di valore e limitano ingiustificatamente il loro contributo alla circolarità e all’ottimizzazione delle risorse.

Metodi e indicatori di valutazione

L’impatto ambientale di una produzione di bestiame in una bioeconomia circolare richiede l’utilizzo di metodi e indicatori adeguati. Considerata la forte variabilità tra contesti geografici (nazionale, regionale, locale), non tutti gli indicatori sono universalmente applicabili; è quindi necessario selezionarli con attenzione in funzione delle specifiche condizioni di analisi, per garantire valutazioni affidabili.

I principali indicatori sono rispettivamente basati su:

  • obiettivi: tali indicatori si focalizzano sulla presenza di un piano per adottare uno o più interventi. Tra questi vi sono, ad esempio, gli obiettivi stabiliti dalla Commissione europea nel Circular Economy Action Plan e quelli connessi con i Sustainable Development Goals (SDGs);
  • prodotto: tali indicatori sono indirizzati su uno o più aspetti di circolarità a differenti livelli operazionali. Dovrebbero riflettere le conseguenze o gli impatti di determinati inverventi o pratiche su risultati attesi (es. riduzione della competizione alimenti-mangimi, prevalenza di generazione di alimenti rispetto la biomassa non edibile);
  • pratica: tali indicatori misurano il grado di implementazione di un intervento, e sono molto usati in schemi di certificazione quali ad esempio l’agricoltura biologica. È importante che la pratica sia efficiente nel garantire il risultato atteso sulla base dei contesti socio-economici di riferimento (aumentare la quota di somministrazione di residui colturali, ad esempio, non sempre garantisce una riduzione della competizione alimenti-mangimi);
  • risultato: valutano gli interventi basati sulla loro capacità di conseguire gli obiettivi prefissati, ma sono difficili da valutare. E’ richiesto che una determinata pratica sia in grado di contribuire effettivamente alla circolarità di filiera.

La valutazione dei nutrienti può essere effettuata tramite un approccio basato su un bilancio di massa, che valuta i nutrienti che entrano ed escono dal sistema calcolandone l’efficacia d’uso (nutrient use efficiency, NUE). Si può così calcolare l’efficienza di riciclo e riuso o l’eventuale perdita di nutrienti. In alternativa è possibile fare riferimento alla Life Cycle Assessment (LCA) con riferimenti standard quali ad esempio il terreno usato per la coltivazione di una coltura o l’allevamento di animali, da abbinare a unità di misura appropriate per una valutazione di sostenibilità coerente.

Ruolo di politiche e normative

Le politiche di settore si dividono principalmente in politiche di bioeconomia e politiche di economia circolare:

  • le politiche di bioeconomia si occupano di valutare, in base al territorio, tutte le biomasse disponibili a livello locale oppure decidono di concentrarsi su specifiche biomasse (es. terrestri, marine). In generale si prefissano di migliorare la conoscenza relativa all’uso potenziale di diverse biomasse. La produzione di biomasse da fonti animali è peraltro oggetto di raramente definita, mentre ci si concentra più su agricoltura e foreste;
  • le politiche di economia circolare si focalizzano sull’uso efficiente delle risorse per ridurre i rifiuti e aumentare il riciclo delle sostanze residuali. Tali obiettivi trovano tuttavia ostacolo in alcune normative che limitano o impediscono l’impiego di alcune fonti, come i sottoprodotti di origine animale. I requisiti di sicurezza alimentare incidono infatti sull’attuazione di modelli pienamente circolari nelle filiere produttive, talora anche a prescindere dall’effettiva esistenza di rischi.

La bioeconomia circolare dispone ancora di politiche limitate, anche a causa dei possibili contrasti tra i principi della bioeconomia e quelli dell’economia circolare. Un esempio è la destinazione di biomasse alla produzione di biocombustibili, che può sottrarre materiali al loro utilizzo in cicli circolari di maggiore valore.

L’UE ha recentemente adottato il piano ‘A Strategic Framework for a Competitive and Sustainable EU Bioeconomy’, che prevede, tra gli obiettivi al 2027, la promozione dello scambio di buone pratiche circolari anche nell’utilizzo dei sottoprodotti di origine animale. (3)

Conclusioni provvisorie

I sistemi agricoli generano una pluralità di prodotti e co-prodotti il cui valore dipende dalla loro effettiva possibilità di utilizzo nelle filiere produttive. Accanto ai principali alimenti di origine animale, come carne, latte e uova, vi sono co-prodotti quali lana, oli e grassi che presentano un rilevante valore economico e applicativo.

In questo contesto, il bestiame svolge una funzione chiave nel valorizzare biomasse vegetali non edibili per l’uomo, incluse colture dedicate e residui della produzione alimentare, trasformandole in alimenti e altri materiali utili, in linea con i principi della bioeconomia circolare.

Lo sviluppo di filiere coerenti con questi principi richiede tuttavia valutazioni rigorose attraverso indicatori e metodi appropriati (ad es. LCA), capaci di misurare il grado di sostenibilità dei sistemi produttivi e di individuare margini di miglioramento nella valorizzazione delle risorse.

Dario Dongo e Andrea Adelmo Della Penna

Credit cover: Being Organic in EU

Note

(1) FAO (2025) The role of livestock in circular bioeconomy systems. Rome. https://doi.org/10.4060/cd6765en

(2) Dongo D., Della Penna A.A. Sottoprodotti di origine animale, lo stato dell’arte. (https://www.foodtimes.eu/it/ricerca/sottoprodotti-origine-animale/Food Times. 21.3.25

(3) Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni. Un quadro strategico per una bioeconomia dell’UE competitiva e sostenibile (COM/2025/960 final).

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Dario Dongo, lawyer and journalist, PhD in international food law, founder of WIISE (FARE - GIFT - Food Times) and Égalité.

Graduated in Food Technologies and Biotechnologies, qualified food technologist, he follows the research and development area. With particular regard to European research projects (in Horizon 2020, PRIMA) where the FARE division of WIISE Srl, a benefit company, participates.